Dire che la pace non si costruisce sulla violenza sembra, a prima vista, una delle affermazioni più semplici che si possano formulare. Quasi un’evidenza morale. Eppure, appena la si trasferisce dal piano dell’enunciazione a quello delle relazioni reali, la semplicità scompare. Che cosa accade, infatti, quando una delle parti rinuncia alla violenza, alla coercizione o all’abuso proprio mentre l’altra trasforma quella rinuncia in un vantaggio strategico? La pace rimane ancora pace, oppure diventa soltanto l’impotenza di chi ha deciso unilateralmente di rispettarne le condizioni?
Il problema non riguarda esclusivamente la violenza fisica. Compare ovunque esista una relazione regolata da limiti: nella politica, nel diritto, nelle istituzioni, nelle relazioni sociali e perfino nei rapporti quotidiani. Ogni ordine condiviso presuppone infatti una forma di autocontrollo. Rinuncio a determinate possibilità non perché esse siano materialmente impossibili, ma perché riconosco che il loro uso modificherebbe la relazione e autorizzerebbe implicitamente l’altro a muoversi nello stesso spazio.
È qui che la vecchia regola «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» acquista un significato diverso. Non deve necessariamente essere interpretata come comando proveniente da un’autorità morale esterna, né come semplice appello alla bontà dell’individuo. Può essere compresa in termini strettamente relazionali: non fare all’altro ciò che non vorresti subire, perché facendolo crei un precedente che modifica anche ciò che potrai legittimamente esigere dall’altro.
L’autolimitazione diventa così una forma preventiva di autodifesa.
Ogni azione compiuta all’interno di una relazione possiede infatti una conseguenza che supera l’atto stesso. Non produce soltanto un effetto immediato, ma trasforma lo spazio delle possibilità successive. Se considero legittimo usare il mezzo X contro l’altro, diventa più difficile sostenere che X sia intrinsecamente inammissibile quando è l’altro a usarlo contro di me. Con il mio comportamento non ho soltanto agito: ho contribuito a stabilire una regola possibile della relazione futura. Il precedente non è dunque un accidente della relazione. Ne modifica la struttura.
Nasce però qui il problema più difficile. Questa logica funziona pienamente soltanto quando esiste almeno una minima reciprocità. Che cosa accade quando uno dei partecipanti rispetta il limite mentre l’altro comprende che proprio quel limite può essere utilizzato contro di lui?
In quel momento la norma diventa informazione strategica. «So che tu non attraverserai questa linea; dunque posso agire contando sul fatto che la tua risposta resterà confinata entro i limiti che tu stesso ti sei imposto.»
L’etica incontra allora un paradosso. Se la parte che rispetta le regole comincia semplicemente a violarle in risposta alla violazione altrui, rischia di distruggere ciò che pretende di difendere. Ma se continua a rispettarle incondizionatamente anche quando esse vengono sistematicamente trasformate in strumenti della sua impotenza, rischia di consegnare la relazione proprio a chi ha deciso di non riconoscerne più la reciprocità.
Per questo occorre distinguere la rappresaglia dall’autodifesa relazionale. La rappresaglia dice: lo farò a te perché tu lo hai fatto a me. L’autodifesa relazionale dice qualcosa di diverso: non riconosco il tuo diritto esclusivo di utilizzare contro di me strumenti che dichiari illegittimi quando potrei utilizzarli io contro di te.
La differenza è essenziale. L’autodifesa non impone di rispondere con lo stesso mezzo. Non trasforma automaticamente l’abuso dell’altro in una giustificazione del proprio abuso. Nega invece che possa esistere un privilegio permanente dell’asimmetria. Ne deriva un criterio decisivo: una risposta asimmetrica può essere giustificata soltanto se tende a ricostruire le condizioni della reciprocità, non se mira a sostituire una vecchia asimmetria con una nuova.
Ed è proprio qui che compare il limite dell’autodifesa stessa. Una misura eccezionale non può trarre la propria legittimità dal semplice fatto che «l’altro ha cominciato». Deve essere valutata secondo il fine che persegue, la sua necessità e, soprattutto, la capacità di cessare quando vengono ristabilite le condizioni che l’avevano resa necessaria. Un’autodifesa che non sa fermarsi smette gradualmente di essere autodifesa e comincia a costruire il proprio sistema di privilegi.
Possiamo allora formulare un principio più generale: Non creare, con il tuo comportamento, una possibilità d’azione dell’altro dalla quale tu stesso vorresti essere protetto. È il principio del precedente come autodifesa relazionale.
Non nasce dalla paura dell’altro, ma dalla consapevolezza che ogni azione modifica il campo delle azioni future. L’etica non consiste soltanto nel chiedersi se ciò che faccio sia giusto in questo istante. Consiste anche nel domandarsi quale mondo relazionale sto rendendo possibile attraverso ciò che faccio oggi.
Da questa prospettiva, perfino la pace assume un significato più esigente. La pace non è la semplice assenza della risposta. Non coincide con la passività del più scrupoloso né con l’impossibilità di difendersi. Una pace fondata sulla certezza che soltanto una delle parti rispetterà i limiti contiene già in sé una forma nascosta di dominio.
La pace autentica richiede invece reciprocità, e la reciprocità richiede limiti che nessuno possa trasformare unilateralmente in un’arma contro chi li rispetta. Forse è proprio questo il paradosso: la pace deve rinunciare alla violenza, ma non può rinunciare alla propria capacità di difendere le condizioni che rendono possibile la pace. Altrimenti il più pacifico non diventa custode della relazione. Diventa semplicemente il suo partecipante più vulnerabile.
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