L’ontologismo digitale nasce da una promessa seducente: che il mondo possa essere compreso, ordinato e persino governato attraverso le strutture dell’informazione. È l’idea — cara a una certa lettura di Floridi — che la realtà sia, in fondo, un’immensa infosfera, una trama di dati e processi che si lascia modellare come un sistema coerente. Ma questa promessa, oggi, mostra le sue crepe. Non perché Floridi abbia torto nel vedere la centralità dell’informazione, ma perché la realtà eccede ogni tentativo di ridurla a un codice.
La crisi dell’ontologismo digitale si manifesta nel momento in cui ci accorgiamo che l’infosfera non è il mondo, ma una sua proiezione. Le strutture digitali descrivono, organizzano, prevedono — ma non generano l’essere. Confondere la logica dell’informazione con la logica dell’ontologia significa scambiare la superficie per la profondità, la mappa per il territorio. È un errore simile a quello del feticismo matematico: credere che ciò che è formalizzabile sia reale in quanto formalizzabile.
Floridi stesso, pur con la sua eleganza concettuale, apre involontariamente la porta a questa ambiguità. Quando parla di “onlife”, di continuità tra online e offline, rischia di suggerire che la dimensione digitale sia la nuova struttura del reale. Ma la crisi emerge proprio qui: il digitale non è un fondamento, è un ambiente; non è un’ontologia, è un’interfaccia. L’essere non si lascia catturare da un sistema informazionale perché l’essere è relazione, eccedenza, movimento — ciò che sfugge a ogni formalizzazione.
Il punto decisivo è che il digitale non può sostituire la realtà perché non può sostituire la relazionalità della realtà. Gli algoritmi operano su simboli; le relazioni operano sull’essere. L’infosfera è una delle forme attraverso cui il mondo appare, non la sua struttura ultima. La crisi dell’ontologismo digitale è dunque un invito: tornare a pensare il reale non come un database, ma come un campo che pulsa, si trasforma, genera forme che nessun sistema può prevedere completamente.
In questo senso, la critica non è un rifiuto del digitale, ma una liberazione: il riconoscimento che la realtà è più ampia, più viva, più imprevedibile di qualsiasi architettura informazionale. E che proprio in questa eccedenza — irriducibile, relazionale, dinamica — si trova ciò che chiamiamo essere.
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