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September 8, 2026 by lingwista 1 Comment

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Love as the Relational Resolution of Tension

September 6, 2026 by Silas O'Creamy Leave a Comment

Listening this morning to one of Paul’s letters – the specific community already slipping from memory* – I found myself hearing an unexpected echo of my own work. Paul, reducing the entire edifice of commandments to a single injunction of love, and then describing love as the principle that sustains, stabilises, and carries the rest, inadvertently touches a structure that belongs not to theology, but to relational ontology. His gesture, though framed in the language of faith, aligns with a deeper intuition: that the ethical world rests not on a catalogue of rules, but on a single relational configuration capable of dissolving destructive tension.

At the foundation of this configuration lies a principle older than any doctrine: do not harm. The familiar formulation – do not do unto another what you would find intolerable yourself – is not merely a moral maxim. It is the minimal relational condition that allows two phenomena to coexist without collapsing into conflict. It is the simplest possible stabilisation of the field. When expressed in theological language, this principle receives the name “love”, yet nothing in its structure requires metaphysics. Love, in this sense, is not an emotion, nor a virtue, nor a transcendent ideal. It is the relational suspension of contradiction.

This suspension does not occur between phenomenon and noumenon, as classical metaphysics would have it. It occurs between phenomena themselves. Two beings, two perspectives, two trajectories – each capable of generating tension, each capable of inflicting harm — enter a configuration in which the destructive potential is neutralised. Love, understood relationally, is simply the state in which the field ceases to tear. It is the moment in which the relation, instead of amplifying conflict, begins to support itself.

Paul’s reduction of all commandments to one is therefore not a theological shortcut, but an ontological insight. By naming love as the sustaining principle, he identifies the only configuration in which the relational field remains coherent. The commandment is not an external imposition; it is a description of the minimal condition under which relations do not collapse. Love, in this reading, is not a moral demand but a structural necessity.

Seen from this angle, the ethical world becomes a matter of interference patterns rather than obligations. Harm introduces destructive interference; love introduces stabilising interference. The field, modulating itself, seeks configurations that allow continuity rather than rupture. The ancient injunction “do not harm” is simply the earliest articulation of this dynamic. It is the recognition that relations, left without stabilisation, tend towards fragmentation.

Thus, the theological language of love and the philosophical language of relation converge. Both point to the same phenomenon: the possibility of coherence between two centres of experience. Love, stripped of sentimentality, becomes the name for the relational state in which contradiction is dissolved without erasure, and tension is carried without violence. It is the ethical form of ontological clarity.

In this sense, Paul’s insight belongs not only to the history of religion, but to the broader history of human attempts to understand how beings coexist. His gesture, heard today almost by accident, reveals itself as a quiet precursor to a relational ethics that does not rely on metaphysical scaffolding. It rests instead on the simplest possible principle: that the world becomes bearable only when relations cease to harm.

And if one wishes to call this principle “love”, then love is nothing other than the relational resolution of tension — the moment in which two phenomena, meeting in the field, choose coherence over rupture.

* St. Paul to Romans 13:8-10 “ Let no debt remain outstanding, except the continuing debt to love one another, for whoever loves others has fulfilled the law. The commandments, “You shall not commit adultery,” “You shall not murder,” “You shall not steal,” “You shall not covet,” and whatever other command there may be, are summed up in this one command: “Love your neighbour as yourself.” Love does no harm to a neighbour. Therefore, love is the fulfilment of the law.”

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Che cos’è l’amore nel monismo relazionale

August 25, 2026 by Silas O'Creamy Leave a Comment

Nel linguaggio comune, l’amore è presentato come un sentimento, una virtù, un valore, talvolta persino come una forza cosmica. Nella tradizione spirituale, esso viene elevato a principio unificante dell’esistenza; nella fenomenologia quotidiana, è percepito come un’esperienza di intensità e prossimità. Tuttavia, nessuna di queste definizioni è sufficiente per una trattazione ontologica rigorosa. Il monismo relazionale non può accogliere l’amore come categoria psicologica o morale, né come simbolo mistico. Deve invece comprenderlo come qualità strutturale della relazione, cioè come una configurazione specifica del Campo.

L’amore, in questa prospettiva, non è un contenuto della coscienza, ma una modalità della relazione. Non appartiene al soggetto, né all’oggetto, né alla loro interiorità; appartiene allo spazio tra di essi. È una proprietà emergente della relazione stessa, non delle entità che la compongono. In questo senso, l’amore non è un sentimento, ma una condizione relazionale.

Questa condizione può essere descritta con gli strumenti del monismo relazionale. Ogni relazione tra ipostasi è attraversata da una crepa, una fessura ontologica che rende possibile l’apparire. La crepa è ciò che separa e ciò che unisce: è la distanza che permette la relazione, e la tensione che la sostiene. L’amore è la configurazione in cui la crepa si riduce al minimo senza annullarsi. Non è fusione, non è identità, non è dissoluzione del sé; è minimizzazione della crepa. La relazione non diventa trasparente, ma diventa più permeabile. La soglia tra le ipostasi non si chiude, ma si apre.

Dal punto di vista del Campo, l’amore è la massima coerenza locale dell’intenzione. L’intenzione non è un fine, né un progetto, né un desiderio: è l’orientazione immanente dell’universo verso la propria articolazione. Ogni ipostasi è una condensazione di questa intenzione; ogni relazione è un’interferenza tra due condensazioni. L’amore è la configurazione in cui le due intenzioni locali si accordano, si risuonano, si modulano reciprocamente. Non si tratta di teleologia, ma di coerenza: l’amore è la forma più stabile e meno entropica della relazione.

Fenomenologicamente, l’amore è la trasparenza della soglia. La soglia non scompare, ma smette di opporre resistenza. Il soggetto non proietta, non distorce, non impone; riceve e lascia passare. L’altro non è assorbito né idealizzato, ma riconosciuto nella sua ipostasi. L’amore è la condizione in cui la relazione non è ostacolata dalla volontà di possesso, di controllo o di definizione. È la relazione che si lascia essere ciò che è.

Dal punto di vista della volontà, l’amore è la convergenza di due attualizzazioni. La volontà non è un atto arbitrario del soggetto, ma l’attualizzazione dell’intenzione del Campo in un punto locale. Quando due ipostasi amano, le loro volontà non si oppongono né si annullano: si allineano. L’amore è la configurazione in cui due attualizzazioni dell’intenzione universale procedono nella stessa direzione, senza conflitto. Non è unione, ma accordatura.

In questo senso, l’amore non è un principio metafisico, ma una qualità emergente. Non è un fondamento dell’universo, ma una delle sue possibili configurazioni. Non è necessario, ma possibile. Non è universale, ma locale. Non è eterno, ma contingente. E tuttavia, quando si manifesta, rivela qualcosa della struttura profonda del Campo: la possibilità che due ipostasi, pur restando distinte, possano modulare la propria crepa fino a renderla quasi trasparente.

L’amore, dunque, non è un sentimento, né un valore, né un mito. È una configurazione relazionale a bassa entropia, una coerenza locale dell’intenzione, una trasparenza della soglia, una accordatura della volontà. È una forma della relazione che non pretende di spiegare l’universo, ma che mostra come l’universo possa articolarsi in modi più o meno stabili, più o meno permeabili, più o meno coerenti.

In questo quadro, l’amore non è un’eccezione, ma una possibilità. Non è un mistero, ma una struttura. Non è un miracolo, ma una modulazione del Campo.

E proprio per questo, può essere integrato nel monismo relazionale senza ricorrere alla mitologia, senza cadere nella sentimentalità, senza abbandonare la severità ontologica. L’amore è una forma della relazione; e la relazione è la forma dell’essere.

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Volontà e Seità

August 24, 2026 by Silas O'Creamy Leave a Comment

La volontà è stata tradizionalmente concepita come una facoltà del soggetto umano, una capacità di autodeterminazione che distingue l’agente razionale dalla trama apparentemente inerte del mondo. Tale concezione, per quanto radicata nella storia della filosofia, presuppone un dualismo implicito: l’idea che la volontà sorga all’interno del soggetto e venga poi proiettata verso l’esterno. La prospettiva che intendo sviluppare qui prende avvio da un’altra premessa. Essa sostiene che la volontà non sia una forza autonoma emergente dall’interiorità umana, bensì l’attualizzazione di un’intenzione già immanente all’universo. In questo senso, la volontà non è un possesso privato, ma una manifestazione locale della seità dell’universo — della sua presenza a sé. Parlare di volontà significa dunque parlare dell’universo che agisce attraverso se stesso; parlare di seità significa parlare dell’universo che è se stesso. Le due nozioni non sono semplicemente correlate: sono strutturalmente inseparabili.

La seità designa la capacità dell’universo di essere ciò che è senza riferimento ad alcunché che gli sia esterno. È la sua coerenza interna, il suo auto‑fondamento, la sua sufficienza ontologica. Il termine non introduce un supplemento metafisico: nomina l’universo sotto l’aspetto della sua auto‑identità. Dire che l’universo possiede seità significa riconoscere che esso è il fondamento della propria intelligibilità. Qualsiasi tentativo di spiegare l’universo dall’esterno è condannato all’astrazione, poiché non esiste alcun punto di vista esterno da cui tale spiegazione potrebbe essere formulata. L’universo è ciò che è perché è ciò che è. Non si tratta di una definizione circolare, bensì di una tautologia dinamica: la presenza‑a‑sé dell’universo è al tempo stesso la condizione e la conseguenza della sua esistenza.¹

Se la seità è la presenza immanente dell’universo, l’intenzione è la sua orientazione immanente. L’intenzione, in questo contesto, non è uno stato mentale, né una disposizione psicologica, né una proiezione teleologica. È la tendenza dell’universo ad articolarsi, a dispiegarsi, a differenziarsi, a manifestarsi. L’intenzione è l’aspetto direzionale della seità: l’universo che inclina verso la forma, la relazione, l’apparire. Tale inclinazione non è imposta dall’esterno; è il movimento interno dell’universo. In questo senso, l’intenzione non è qualcosa che l’universo ha, ma qualcosa che l’universo è.² L’universo non si limita a contenere intenzione: la esprime attraverso ogni configurazione che sorge al suo interno.

La volontà è dunque l’attualizzazione di questa intenzione. È il momento in cui l’orientazione immanente dell’universo diventa efficace in una configurazione locale. Quando un essere vivente agisce, quando una mente decide, quando un gesto viene compiuto, ciò che si esprime non è un serbatoio privato di volizione, ma l’intenzione dell’universo realizzata in un punto determinato. La volontà non è l’origine dell’azione; è l’evento in cui l’intenzione diventa azione. È la seità dell’universo che attraversa un luogo di manifestazione.³ Il soggetto non genera la volontà; vi partecipa. Il soggetto non origina l’intenzione; la riceve. Essere soggetto significa essere un sito di attualizzazione, una soglia attraverso cui la seità diventa articolata.

Questa prospettiva dissolve l’opposizione tradizionale tra determinismo e libertà. Se la volontà è l’attualizzazione di un’intenzione immanente, la libertà non è la negazione della causalità, ma l’espressione dell’orientazione interna dell’universo. Agire liberamente non significa agire indipendentemente dall’universo, ma agire in accordo con la sua seità. La libertà non è una fuga dal mondo; è una modalità di appartenenza ad esso. Il soggetto non è un agente sovrano separato dall’universo; è una configurazione localizzata attraverso cui l’intenzione dell’universo diventa efficace. La libertà, in questo senso, non è autonomia, ma accordatura.⁴

Questa visione riformula anche il rapporto tra metafisica ed epistemologia. Se l’universo è il fondamento della propria intelligibilità, ogni tentativo di comprenderlo dall’interno è necessariamente tautologico. Il soggetto non può uscire dall’universo per osservarlo da un punto di vista esterno; può soltanto partecipare alla sua auto‑articolazione. La conoscenza non è dunque una rappresentazione dell’universo, ma un evento al suo interno. Conoscere significa essere implicati nella seità dell’universo. La tautologia dinamica della seità — l’universo che è ciò che è perché è ciò che è — diventa la tautologia dinamica della conoscenza: il soggetto che conosce ciò che conosce perché è ciò che è.⁵

Infine, questa prospettiva invita a una revisione dell’etica. Se la volontà è l’intenzione dell’universo realizzata localmente, l’azione etica non è l’imposizione di norme sul mondo, ma l’allineamento dell’attualizzazione locale con l’orientazione universale. L’etica diventa una questione di accordatura, non di obbligazione. Agire eticamente significa permettere all’intenzione dell’universo di attraversare il proprio luogo senza distorsioni. Significa diventare trasparenti alla seità. Il soggetto etico non è un legislatore, ma un partecipante; non una volontà sovrana che impone ordine al mondo, ma una soglia attraverso cui l’orientazione interna dell’universo si manifesta.⁶

In conclusione, volontà e seità non sono concetti separati, ma due aspetti di una stessa struttura metafisica. La seità nomina la presenza immanente dell’universo; l’intenzione ne nomina l’orientazione immanente; la volontà nomina l’attualizzazione di tale orientazione nelle configurazioni locali. Comprendere la volontà significa comprendere l’universo che agisce attraverso se stesso. Comprendere la seità significa comprendere l’universo che è se stesso. E comprendere la loro relazione significa riconoscere che l’attività dell’universo e l’identità dell’universo sono una cosa sola. L’universo vuole perché è, e è perché vuole.

Note

  1. Sul problema della spiegazione dell’universo da un punto di vista esterno, si veda la questione classica del “punto di vista da nessun luogo” nella metafisica contemporanea.
  2. Questa nozione presenta affinità con alcune correnti della filosofia del processo, pur evitando ogni impegno teleologico esterno.
  3. L’idea che il soggetto partecipi a un’orientazione ontologica più ampia richiama, in modo distante, il concetto spinoziano di conatus, senza tuttavia la sua riduzione naturalistica.
  4. La dissoluzione dell’opposizione determinismo‑libertà deriva dal rifiuto dell’assunto secondo cui la volontà origina nel soggetto.
  5. Questa è la controparte epistemologica della tautologia dinamica della seità.
  6. L’etica come accordatura piuttosto che come obbligazione ha precedenti nella fenomenologia etica, ma qui viene fondata nella metafisica, non nell’intersoggettività.

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